Ecco la presentazione fatta in occasione dell’Osservatorio Multicanalità 2009, il 4 Febbraio 2010.
8 febbraio 2010
5 gennaio 2010
15 dicembre 2009
Ricerca Webtrends sui Social Networks: meglio esserci, se si sa cosa dire.
Su Spot&Web di oggi è stata pubblicata una ricerca interessante condotta in UK su un panel principalmente di giovani (85% degli intervistati sotto i 35 anni). Webtrends ha chiesto ai consumatori: “Che cosa pensi della presenza dei brand nei social media e qual è, a tuo avviso, il tipo di interazione più efficace?”.
- 25% ritiene che il gradimento del brand possa aumentare grazie all’interazione sui social media.
- 75% dichiara che dopo dopo aver interagito con il brand, la sua opinione è effettivamente migliorata
- 50% degli utenti di Twitter e un terzo degli utenti di Facebook dichiarano di essere stati in contatto con un brand
- 3 navigatori su 4 (85% degli under 35) affermano di essere decisamente favorevoli alla presenza dei brand nei social
- media
- soltanto l’8% degli utenti ha indicato questo canale come punto d’incontro preferito per comunicazioni marketing. Il 55% dei consumatori fra i 18 e i 24 anni e dal 64% di quelli fra i 45 e i 54 anni indicano invece l’email come metodo preferito per ricevere questo tipo di messaggi
- il 50% degli intervistati sopra i 55 anni d’età crede che i social media rappresentino un canale adatto per le aziende
- il 39% si lamenta che c’è troppa pubblicità sui siti e la metà degli intervistati dichiara che smetterebbe di navigare in un sito di social network se questo diventasse troppo commerciale.
Insomma un po’ di conferme a quanto andiamo dicendo da un po’. Lo sforzo richiesto alle aziende è instaurare un dialogo non tanto e non solo sui propri prodotti/offerte commerciali, ma sui mondi che essi evocano, trasformandosi loro stesse in entertainment media.
L’importanza di un contenuto di qualità come fattore abilitante la relazione online incrementa sempre più, visto che ormai non basta essere parte della conversazione (pubblicare un blog piuttosto che aprire un account su Facebook o Twitter). L’arena competitiva digitale richiede invece piani editoriali articolati e interessanti in grado di catalizzare il consenso del lettore e contemporaneamente di ottenere vantaggi nel posizionamento nei motori di ricerca.
27 agosto 2009
Il Rock è morto, viva il rock! Disquisizioni “liquide” sul pessimismo in occidente.
Prendo spunto da un editoriale di Carlo Antonelli su Rolling Stone di Settembre ma passerò un bel po’ di palo in frasca… chiedo scusa, ma Agosto porta evidentemente a riflessioni in libertà. Lascio a chi legge il compito di ricondurre tutto ad una più… cordiale coerenza.
Antonelli, per intenderci è quello che ha dichiarato “la mia felicita’ massima e’ non aver mai neanche aperto myspace.com. sono per evitare perdite di tempo”, con tutta la saggezza e lo storcere di nasi (anche nel sottoscritto) che questa frase può portarsi dietro.
Nell’editoriale – provo a riassumere concetti espressi in modalità e forme molto più articolate e colte – sostanzialmente si elogia come atteggiamento “rock” quello delle persone non omologabili secondo nessuna categoria “classica”: né l’alternativo maledetto, né (ancora peggio) del mito del reality-show-rokkettaro-fighetto.
Nell’editoriale, Anotonelli porta in causa la Chiesa, che ci vorrebbe realizzati “nella totalità della persona in ogni sua dimensione”. Questo richiamo alla “totalità”, al “bene ultimo” (Antonelli cita Aristotele), infatti, secondo il Direttore, non è riconducibile a nessun concetto imposto, preordinato, omologante. Il testo dell’editoriale, molto intelligentemente, è circondato di foto di persone comuni: grassi o magri, pelati o brizzolati, sudati, non più giovani o non ancora anziani, che ballano e si divertono. Quello è rock.
Viva le singolarità, quindi, viva “le marginalità” e abbasso il “casting generalizzato”.
Bello, ricco di spunti e riflessioni questo ragionamento, pur immerso in una rivista votata (correttamente), ad un sano e ampio rapporto con le imprese, i marchi, la pubblicità e la moda (vedi le foto di Roberto Bolle, l’uomo anti-rock per eccellenza, che zompetta davanti ad un fotografo, imitando i miti del rock, vestito Diesel, Prada, etc).
Ecco i ragionamenti che mi ha stimolato Antonelli, che ringrazio “in differita”.
Il rifiuto dell’omologazione, secondo questo concetto, deve rinunciare anche a sè stesso, dev’essere cioè marginale, incosciente, spontaneo, perchè proprio di spontaneità c’è bisogno in questo mondo in cui perfino il rock (l’espressione massima di quella forza che ha saputo comunicare a intere generazioni la voglia di cambiare, di trasgredire, di migliorare o peggiorare senza freni) fatica a trovare un’identità. Tutto è contemporaneamente e volutamente showbiz e anti-showbiz.
Sarà che prima di essermi votato al Jazz sono stato rockettaro per 15 anni, ma leggere di questo disagio latente anche con riferimento al rock, mi ha generato altre riflessioni.
Esiste una depressione diffusa e solo parzialmente cosciente, in tutte le fasce d’età, dovuta all’assenza di “valori universali” (democratici, antidemocratici, hippy, conservatori, reazionari, etc)? L’assenza di punti di rifermiento, la società “liquida” di Bauman (definizione che ha avuto tanto successo da essere essa stessa ormai tanto medializzata da apparire svuotata di significato) dove ci porteranno?
La generazione “x” aveva Internet, una delle più grandi invenzioni nella storia dell’umanità, come elemento identificante. La generazione “y” sta vivendo una cinetica fluidità fra stili di vita diversi (“il fighetto”, l”emo”, “l’indie”, lo “snowboarder” tutti intercambiabili) euforisticamente divertita e non preoccupata dal cercare di apparire coerente. Ma cosa verrà dopo?
Pensiamo a società e istituzioni. E’ di estrema attualità il fatto che il “perbenismo” (con qualsiasi accezione, negativa o positiva) non sta più in chi ci governa e i “Bastard Song of Dioniso” durante il programma X-factor, sono una maggiore rappresentazione della fedeltà di coppia dell’attuale Presidente del Consiglio italiano. In ogni schieramento politico troviamo laici e cattolici, ex-comunisti e imprenditori, mafiosi e integerrimi. Il presidente del NASDAQ si rivela il più grande truffatore della storia.
Faccio un “salto quantico”: pensiamo a quello che è oggi il concetto di Tempo e il ruolo della Scienza.
Il Tempo era una volta una categoria immutabile del pensiero e dell’essere, secondo Aristotele. Questo pensiero è ancora radicato in molti di noi, mentre oggi tutta la “gente che se ne intende”, gli scienziati, insomma, ci dicono che il Tempo è di per sè relativo e non si è ancora scoperto il motivo per cui a noi umani sembra scorrere nella stessa direzione, in realtà non c’è niente che impedisca il contrario, scientificamente potrebbe scorrere all’indietro e in avanti contemporaneamente (vedi Paul Davies ne “I Misteri del tempo”).
La Fisica moderna poi ci dice che, se si guarda bene bene, da vicino vicino, è scientificamente impossibile dare un senso ai comportamenti della materia (*). Sebbene questo sia un principio scientifico che ha 70 anni, è stato diffuso al grande pubblico solo a partire dagli anni settanta (quando è stato anche dimostrato in laboratorio) e comincia a essere “senso comune” solo adesso, a quarant’anni dallo sbarco sulla luna che aveva reso l’umanità fiduciosa nell’onnipotenza della scienza. “Macché onnipotenza!”, direbbe l’uomo della strada, la scienza ha creato da decenni una bella legge fisica, che le impedisce di dare un senso alle cose!!
Se poi Antonelli che dice che un ballerino vestito alla moda è più “rock” di Pino Scotto (per passare ancora dal serio al faceto) allora è come se l’evoluzione della società umana improvvisamente, dopo anni di “tesi” ed “antitesi” hegeliane, improvvisamente si ritrovi in un magma indistinto, in cui la tesi si confonde con l’altitesi e viceversa.
Ci troviamo improvvisamente tutti (senza distinzioni di età) parte di una generazione ‘punto di domanda’? Cosa dobbiamo pensare? Soprattutto, come dobbiamo pensare?
La forte sensazione che per prima colpisce è che nella società moderna (in particolare Europea), stia raggiungendo la sua massima efficacia “il secondo principio della termodinamica”:
“In un sistema isolato l’entropia è una funzione non decrescente nel tempo.”
Mi spiego meglio. Se l’occidente è un sistema isolato dal resto del mondo (e indubbiamente lo è sotto molti aspetti) allora con l’avanzare del tempo avremo una situazione di entropia sempre crescente. L’entropia è misura del disordine dell’universo. In fisica, quando un sistema raggiunge il massimo dell’Entropia è considerabile termodinamicamente morto. Possiamo pensare che nella società funzioni lo stesso principio? Qui purtroppo a me mancano le competenze sociologiche adeguate, e quindi mi fermo, perchè la mia vuole essere solo una suggestione, magari qualcuno mi aiuta a riempire questo vuoto.
Ma, e qui sta il colpo di scena…
, personalmente mi ritrovo ad essere molto ottimista sul futuro del mondo, per una serie di ragioni:
- Sono ormai oltre 70 anni che il mondo, dal punto di vista geopolitico globale, vive in relativa pace, tranquillità e benessere. (non ignoro il Vietnam, il problemi dell’Africa, l’Irak, etc, ma siamo comunque lontani da conflitti come quello della seconda guerra mondiale). Evidentemente non avere più “tesi” ed “antitesi” così marcate paga.
- Ci sono paesi democratici nel mondo che hanno ancora la giustificata sensazione che ci sia tutto da fare e da dimostrare e in cui questi dipo di ragionamenti non verrebbero forse neanche capiti (il Brasile, ad esempio): credo possibile che il loro entusiasmo si trasferisca osmoticamente in occidente.
- Internet (per i nativi o gli immigrati digitali) comunque c’è. Con il suo bagaglio di socialità, la potenza devastante del passaparola, la diffusione democratica dell’informazione non può che migliorare il mondo.
Insomma, è tempo che ci preoccupiamo di trovare e diffondere le ragioni dell’ottimismo, probabilmente molti ne hanno bisogno. L’ottimismo, in fondo, è rock&roll!
(*) La fisica dei quanti si basa sul cosiddetto “principio di indeterminazione” di W. Heisenberg. Questo principio ci dice che tutto ciò che può essere misurato o osservato è soggetto a fluttuazioni spontanee: possono accadere, cioé, cambiamenti improvvisi senza ragione alcuna. Possiamo osservare in laboratorio come il fenomeno dei quanti faccia accadere delle cose senza ragione apparente.
3 luglio 2009
BateoCamp a Venezia
6:00 – 10:30 ARRIVO E PICCOLI INCONVENIENTI
Il BateoCamp a Venezia inizia a dir poco in maniera rocambolesca. Vengo in sostituzione di Massimo (Cortinovis, nda), mi sveglio all’alba e mi vesto come un pinguino, anche per un appuntamento nel pomeriggio.
Arrivo alle nove, spacco il secondo, sì, ma mi spacco in 4 per il caldo anche! Mi spoglio subito della giacca e mi accorgo adesso che è pure Venerdì e che devo anche andare in spiaggia con un battello di blogger… ormai il danno è fatto.
La notizia è che a Venezia si naviga in wifi e noi testeremo il sistema su un battello che farà il giro fra i canali. Gratis et amore dei, a tempo indeterminato, per i residenti, come mi spiega Cimny, che è un’autoctona. I turisti pagano, quanto? Cimny non lo sa, ma adesso mi informo su www.cittadinanzadigitale.com anzi, dopo tre pagine vengo mandato su http://www.veniceconnected.com/ che poi mi manda su una pagina in cui mi dice che devo prenotare almeno 7 giorni prima (…?) e poi trovo un Calendario che mi porta ad un’altra pagina in cui alla fine scopro che… devo comprare anche il Ticket per il trasporto pubblico!!! dagli 11 euro ai 42 euro (quest’ultimo però vale per 7 giorni)… Sempre Cimny mi dice che non ci sono ancora tutte le zone cablate.
Comunque è una figata e sembra funzionare molto bene.
10.30-12.30
Si naviga e si suda, si suda e si naviga. Ogni tanto cade la linea a metà di un upload di foto, ma tant’è. Sono terrorizzato dai tempi… riuscirò a tornare a Milano? Evidentemente mi piace vivere pericolosamente: ho il treno di rientro alle 15.00… arrivo alle 18:00 e appuntamento entro le 19.00.
In compenso ho guadagnato un simpatico braccialetto:

Arriva il sindaco Cacciari e scopro che la più anziana iscritta fra i 10.000 di Cittadinanza Digitale è del 1915 e il più giovane è del 2000. Il ViceSindaco Michele Vianello dice che non si ispira a nessun’altra città se non Venezia e che il modello di business dell’operazione è basato sul soddisfacimento dei diritti inalienabili dei Veneziani (!).
13.00 ARRIVO AL LIDO
Ho deciso, non riuscirò mai a tornare a Milano in tempo, molto meglio seguire l’evento fino in fondo.
Vianello dice: “In Italia si può fare, non come chi non sa gestire twitter o Facebook e allora li censura. Vogliamo lanciare una gara per l’utilizzo della banda larga per le imprese, parliamo di finanza di progetto. la rete è una cosa diversa dal telefono, cosa non chiara in Italia. Una gara per usare una rete a 100 mega è basata sui contenuti. Lì si misura la capacità di essere neutrale. Il comune mette le infrastrutture e il wellfare che la rete è in grado di abilitare, anche in termini di sperimentazione. Il pubblico, come stato sociale può pagare questa parte. I servizi invece a valore aggiunto (vedere l’anteprima della mostra del cinema) possono essere pagati dal singolo.
Non esiste ancora una strada italiana alla cittadinanza digitale, Venezia vuole sperimentare una strada insieme agli opinion leader. Venezia può diventare il laboratorio digitale d’Italia, ma non da sola, ha bisogno delle aziende e di chi opera nella rete e di autorevoli istituti come MIT che ha collaborato con loro.
Nel prossimo autunno un barcamp da fare a Venezia per tirare le somme e per partire.”
Poi parte un video (ahimè senza audio). L’impressione però è che si sia scelto la modalità giusta per lanciare Venezia come città-laboratorio che possa guidare un’evoluzione positiva di Internet in Italia.
Poi ancora Vianello: “Voglio la fibra ottica in tutte le biblioteche di Venezia per sperimentare l’utilizzo di questi strumenti di connettività, che siano cellulari o PC. Presto l’estensione del servizio a Giudecca e Mestre.”
Walter Baldassi: “In rete c’è la mappa delle future realizzazioni sul sito di Cittadinanza Digitale, compreso biblioteche e centri sportivi”
Vianello: “Venezia ha un’azienda informatica e TLC senza andare in concorrenza con SUN, IBM, Cisco ma collaborando con loro su un piano di parità e non subalternità”
Ora si va di panini e bibite, discussioni ed approfondimenti.
18 giugno 2009
Marketing in tempo di crisi: ecco le strategie OnDemand
Ascoltando Kotler, ieri all’evento “La pubblicità è servita” (che come Connexia abbiamo avuto la fortuna di supportare e di cui trovate il live blogging di Max qui) sono stato molto stimolato dal tema del marketing in tempo di crisi.
Nei ragionamenti successivi, fatti anche con alcuni amici, mi sono convinto che la crisi stia accelerando alcuni processi inarrestabili e che in parte la sua fenomenologia possa diventare strutturale al sistema.
Intendo dire che concordo con Kotler che l’effetto “turbolenza” sarà nel prossimo medio periodo un fatto strutturale del mercato. Allora, da “artigiano” del marketing, mi chiedo cosa potrei proporre ai miei clienti?
La prima cosa che mi viene in mente è una strategia in grado di cogliere le opportunità del mercato, flessibile e che punti alle vendite.
In pratica se negli ultimi trent’anni abbiamo fatto ogni sforzo per portare nel mestiere delle vendite i concetti di marketing (creando i cd. venditori “marketing oriented”, in grado di veicolare la cd. “value proposition” dell’azienda in modo “coerente col suo posizionamento” etc…) ora è tempo di fare anche il contrario, cioè portare un po’ di tecniche di vendita nelle nostre strategie.
Mi spiego meglio. Il Venditore, se è tale veramente, ha alcune caratteristiche fondamentali, ognuna delle quali è collegata ad una FASE SPECIFICA DEL PROCESSO DI VENDITA:
1 – SA PRENDERSI DEI RISCHI (“prenditi un rischio al giorno”) E LE OPPORTUNITA’ PIU’ PICCOLE E NASCOSTE (“cerca il diamante grezzo nella cenere”)
2- SA PRESENTARSI IN MODO ADEGUATO (“hai solo 10 secondi per fare una buona prima impressione e dimostrarti un interlocutore credibile”)
3- SA ADATTARE IL PROPRIO LINGUAGGIO ALL’AMBIENTE (“ehi, amico, niente barzellette qui, ok?”)
4 – SA ASCOLTARE I PROPRI INTERLOCUTORI (“fai tante domande e poi, quando ti viene voglia di parlare, fai un’altra domanda”)
5 – SI METTE DALLA PARTE DEL CLIENTE (“è una questione di cuore, si tratta di passare dall’altra parte del tavolo e lavorare insieme al cliente”)
6 – SA GESTIRE LE OBIEZIONI (“non fidarti di chi è entusiasta del tuo prodotto, i clienti veri sono quelli che ti mostrano i loro dubbi e ti danno la possibilità di dar loro una risposta”)
7 – SA INCANALARE IL PROCESSO DECISIONALE FINO ALL’ACQUISTO (“se ho risposto a tutte le tue domande, se credi veramente che questa sia la migliore scelta per te: me la compri adesso?”)
Se ci pensate bene con Internet possiamo fare tutte queste cose, con un approccio al marketing MENO TEORICO e più FINALIZZATO. Si dice sempre più spesso che non c’è più differenza fra ciò che è strategico e ciò che è tattico. Si dice che non esiste più la possibilità di pianificare il posizionamento di un brand come se fosse la costruzione di un ponte, perchè si fa i conti con un “empowerment” del consumatore che è in grado di stravolgere i tuoi piani, bene vorrei lanciare qualche provocazione, allora, magari da approfondire nei prossimi giorni insieme:
1 – PRENDERSI I RISCHI E COGLIERE LE OPPORTUNITÀ: ISTANT MARKETS
Mettiamo da parte del budget da usare strategicamente per sondare mercati, settori, prodotti “by opportunity”. L’importante è allocare persone e soldi a questo scopo. Pianificare la conquista di un mercato non basta: bisogna essere flessibili e saper cogliere le opportunità, sapendo che potremmo fallire nel tentativo.
2 – PRESENTARSI IN MODO ADEGUATO: COMPANY RESTYLING
Care aziende, in tempo di crisi è meglio darsi una bella ripulita, buttare via i vestiti logori e mettersi dei vestiti adeguati. Ripensiamo ad ogni aspetto della nostra comunicazione, da quella interna, al packaging, al punto vendita e sopratutto al WEB: siti belli, semplici, ricchi di funzionalità e integrati con i Social media. Lo so, è banale, ma molte aziende/agenzie che stanno sperimentando le più avanzate tecniche di marketing online, ogni tanto si dimenticano le basi…
3 – ADATTARE IL LINGUAGGIO: BEHAVIOURAL BRANDING
Il brand non può più essere un monolite, un totem su cui sacrificare le opportunità di mercato. “Potremmo fare questa cosa, ma non è coerente col posizionamento del brand”… tutto bene, nel mondo in cui il posizionamento era direttamente proporzionale alle leve di comunicazione che tu stesso azionavi, ma oggi il nostro brand è in mano ai consumatori, che ci fanno in ogni caso quello che vogliono. Lo prendono in giro, lo idolatrano, si appassionano lo sminuiscono, e sanno come farlo sapere agli altri. Per quanti sforzi faremo, l’EQUITY del nostro brand non la manterremo mai solo con la coerenza, ma sapendo che dobbiamo essere anche noi altrettanto liquidi ed adattabili quanto i nostri iterlocutori
4- ASCOLTARE: CORSI DI EAR-TRAINING 2.0 PER AMMINISTRATORI DELEGATI
Certo, alle volte basterebbe leggere di più i faldoni che i nostri reponsabili ricerche ci mettono sulle scrivanie tutti i mesi, inoltre troppe volte ho visto le facce stupite di alcuni manager quando digitavo il loro brand/prodotto/settoredimercato su google e cliccavo su “cerca”: “il mio concorrente è più presente di me?” “chi è quel tizio che dice che siamo troppo cari? sicuramente uno che non conta nulla!” “non ci sono neanche?e la concorrenza sì!” Un po’ più di tempo sulle ricerche e un po’ di alfabetizzazione su internet già farebbero molto. Ma la cosa più importante è capire che la gente su internet parla di noi: ascoltiamola, interroghiamola e dopo interroghiamola e poi ascoltiamola ancora un po’…. Le tecniche, le aziende ci sono: apriamo le orecchie ai consumatori!
5 – DALLA PARTE DEL CLIENTE: HEART-VERTISING
Perchè presentare ogni prodotto o servizio “al sapor di marketta”? Intendo dire, che, almeno su Internet, essere naturali e puntare sulle caratteristiche del proprio prodotto che portano davvero vantaggi al consumatore, talvolta è molto più efficace. Usare di più la passione per il proprio lavoro, per il servizio che si offre, senza essere barbosi, ovviamente. ECCEZIONE: se vendete abbonamenti a suonerie o altri servizi per cellulari attraverso pubblicità ingannevole, dimenticate tutto quello che ho scritto, farete i soldi senza un briciolo di cuore.
6 – GESTIRE LE OBIEZIONI: LE PR “SALES ORIENTED”
Sicuramente, abbiamo detto, che persone parlano di noi, su internet. Se aprissimo un canale di ascolto e di interazione (che sia un blog o un profilo su twitter) parlerebbero anche CON noi. A quel punto NON DOBBIAMO AVERE PAURA delle obiezioni: un obiezione, una lamentela, una criticità gestita pubblicamente, spesso si traduce nel 20% dei casi in un atteggiamento neutro, la maggioranza delle volte, invece genera un SENTIMENT POSITIVO e CONTAGIOSO. Le nostre Pubbliche Relazioni, allora, potrebbero aprirsi con più costanza alle cosiddette “Internet PR” perchè molto più facilmente questo può generare vendite e profitti!
7 – INCANALARE IL PROCESSO DI ACQUISTO: FUNNEL MARKETING COMMUNICATION
Usare internet per accompagnare il processo di acquisto. Non significa implementare un eCommerce a tutti i costi, NON significa lanciare coupon e promozioni come se piovesse. Significa usare la multicanalità fino al momento della vendita e nel post vendita, attraverso una strategia ad imbuto che veicoli messaggi corretti a seconda dello stato di avvicinamento del consumatore alla scelta.
7 maggio 2009
Su Binario Zero intervistato da Massimo Melica
QUI E’ POSSIBILE SCARICARE la mia intervista nella rubrica CODICE BINARIO de IL VELINO
E’ stato un piacere conoscere Massimo Melica e Elisa Palmieri. Tutti i progetti di Massimo sono, devo dire, molto interessanti.
14 aprile 2009
PC e Mobile, grazie a Internet, aiuteranno la TV. Italia fanalino di coda?
Leggo oggi su Spot & Web l’articolo riguardante il report di Microsoft “Europe logs on: Internet trends of today & tomorrow”. Vi si legge che:
- Quasi il 50% degli europei dispone di una connessione Internet
- 9 ore alla settimana è il tempo trascorso mediamente sul Web nel 2008 (+27% dal 2004): più tempo rispetto a
quello dedicato a leggere carta stampata, guardare film o giocare a videogiochi
- Differenze tra nord e sud Europa: nei paesi nordici il tasso di penetrazione di Internet è in media del 76%,
contro il 45% dell’Europa meridionale
- L’utilizzo di Internet sembra destinato a spodestare la TV tradizionale entro giugno 2010 (con 2,5 giorni al
mese trascorsi su Internet, contro i 2 giorni della TV tradizionale), tuttavia questo non segnerà il declino della
TV, ma solo un cambiamento nelle modalità di fruizione
- I video on-line sono l’intrattenimento audiovisivo più popolare: più di un europeo su 4 (il 28%) e oltre 300
milioni di persone in tutto il mondo guardano filmati più o meno brevi in Internet
- PC e cellulari acquisiscono sempre maggiore popolarità come mezzi alternativi per usufruire dei contenuti
televisivi e digitali: sempre più utenti accedono a Internet tramite sistemi IPTV, console per videogiochi e cellulari.
- Nei prossimi cinque anni, quindi, la percentuale di tempo dedicato a navigare in Internet con il PC scenderà
dall’attuale 95% al 50%.
Il superamento avverrà non tanto sui numeri assoluti dei fruitori, ma sulle ore settimanali dedicate:
Uno scenario in cui PC e Mobile, sostituendo progressivamente la TV, diventano i devices standard per fruire sempre più di contenuti video e garantiranno una nuova giovinezza alla Televisione: sempre più ASINCRONA, sempre più INTERATTIVA.
Bene. Evviva. Il 2010 è vicino.
Piccolo problema: rispetto alla media del Sud Europa (45%) in Italia abbiamo solo il 37% percento di popolazione connessa ad Internet (Nielsen Online: 22 milioni di Italiani connessi a Dicembre su 58 Milioni di abitanti).
La questione è, a mio avviso, fra le priorità dello sviluppo del sistema paese. Propongo di promuovere con azioni concrete in Italia la diffusione di Internet: sgravi fiscali/incentivi su acquisti di PC e Notebook, sgravi fiscali/incentivi sulle connessioni in Banda larga nelle aree a minor penetrazione, iniziative di comunicazione per incentivare l’uso della Carta di Credito Online, con annessi sgravi sui costi di commissione per gli acquisti online.
Una maggiore alfabetizzazione informatica avrebbe ricadute positive su ogni sfera del vivere civile: rapporti con le istituzioni, maggiore rivendibilità professionale (minore disoccupazione), maggiore informazione sugli acquisti e consapevolezza dei consumatori (Internet per l’85% degli utenti è il mezzo principale per ottenere informazioni su prodotti e servizi – vedi la ricerca dell’Osservatorio Multicanalità per altri dettagli sulle modalità di ricerca di informazioni e conseguente acquisto di prodotti), etc etc
E’ tempo di abbandonare iniziative generiche (i vari gruppi “pro-Internet” in cui ce la suoniamo e ce la cantiamo fra noi internettofili) e promuovere comitati con proposte di legge concrete… qualcuno più autorevole di me prenderà la palla al balzo?
29 marzo 2009
E’ ufficiale: i soldi non danno la felicità. Lo dice una ricerca Nielsen.
Probabilmente non era necessaria una ricerca globale per dircelo: “i soldi non danno la felicità”. A dire il vero ci avevano convinti che il denaro ci avrebbe aiutato a comprarci cose che, queste sì, potevano renderci felici (come avere maggiore tempo libero, l’essere fashion o la disponibilità economica per occuparci delle nostre passioni e dei nostri hobby) oppure che la persona smodatamente ricca potesse avere il decoro di, perlomeno, fingere di essere felice… invece niente.
Il colpo d’occhio su questa chart di Nielsen ci dice che di nazioni “ricche ma felici” non ce n’è neanche una, mentre fra i “poveri e felici” troviamo un un numero significativo di paesi fra cui la Tailandia, il Pakistan e il Messico.
Non è l’unico aspetto interessante di questa ricerca, di cui consiglio a tutti la lettura, se non altro per rinverdire la fiducia nella saggezza popolare.
17 marzo 2009
Davide Rossi – mi sento fuori dal coro
Con il solito imperdonabile ritardo commento il video che sta facendo discutere tutti gli internettiani e internettofili (fra cui io).
Sinceramente non posso che rilevare che insieme ad un po’ di bestialità (però in premessa l’ha detto che erano per provocare… e c’è riuscito) dice anche cose magari altrettanto banali ma sensate?
Io sono perchè Youtube et similia vengano trattati come editori, visto che guadagnano dalla pubblicità. Almeno finché esistono le leggi, queste vanno rispettate.
Posso mettere in discussione tutto tranne il principio di legalità, il principio “ignorantia legis non excusat” e lo stato di diritto. Il ritardo legislativo con cui l’Italia si presenta ad affrontare modalità, comportamenti e tecnologie ormai consolidate mi spaventa, ma la pirateria è un reato. Registrare le scenette di zelig e poi metterle su youtube è un reato.
Ragazzi, formiamo comitati, movimenti d’opinione, partiti per far cambiare le leggi, se non ci piacciono. Ma finchè le leggi ci sono, vanno rispettate.



